07 Marzo 2020 ~ 0 Commenti

FARE IL FARMACISTA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

La prima settimana dalla scoperta dei casi iniziali di coronavirus nella nostra regione si è conclusa, ma la reazione globale che questa diffusione ha mostrato difficilmente passerà, per lo meno nella nostra memoria di farmaciste della cosiddetta zona gialla. Complice forse la vicinanza della nostra farmacia a un ampio supermercato completamente preso d’assalto e svuotato in meno di 48 ore, nei primi giorni in cui si sono affollate le notizie dei contagi che si espandevano a macchia d’olio, anche al banco della farmacia si affollavano schiere di pazienti. Chi per acquistare mascherine, chi gel disinfettanti per mani, chi per fare scorta dei propri medicinali cronici o per del semplice paracetamolo in quantità massive perché, in fondo, “Dottoressa non si sa ciò che accadrà domani”.

Chiariamo subito: qualora ci fosse un’emergenza sanitaria da codice rosso le farmacie non chiuderanno. Lo hanno dimostrato egregiamente colleghi in trincea nelle città in quarantena che hanno chiuso i battenti e servito i pazienti che attendevano il loro ingresso uno alla volta. La farmacia è e resterà sempre il presidio sanitario territoriale più sicuro, disponibile al chiarimento, alla dispensazione, al consiglio, all’aiuto. La farmacia siamo noi che, carenti di gel disinfettante per le mani, ci rimbocchiamo le maniche e restiamo a fine giornata in laboratorio a prepararlo, cercando materie prime che scarseggiano; la farmacia siamo noi che puliamo i banchi con alcool, non stringiamo mani, ma accogliamo il nostro paziente mostrando il sorriso senza una mascherina, a meno di ulteriori disposizioni ministeriali. Lo riportano le linee guida che noi stessi dobbiamo esporre e ricordare: la mascherina (senza entrare nel merito dei filtri realmente efficaci in questo caso; non fatemi domande, potrei scrivere un trattato in merito) va usata solo se si sospetta di essere malati o nel caso in cui si assista un soggetto malato. Una mascherina o, ancora peggio, una protezione da film di fantascienza, mostrata da alcuni colleghi in zone assolutamente prive di contagi, aumenta esclusivamente il contagio sì, ma della paura, del timore, del dubbio. Sono certa che ogni collega abbia diritto alla protezione e alla sicurezza sul luogo di lavoro, abbia diritto a ricevere dagli enti di riferimento le informazioni più adeguate e veritiere, ma abbia anche il dovere di infondere sicurezza, senza sminuire il problema, educando a una corretta igiene sanitaria che possa arginare l’epidemia del coronavirus, ma anche della psicosi. Questo significa saper consigliare un uso corretto delle mascherine anche a chi le voglia acquistare: una vendita smoderata dei primi giorni ha messo in ginocchio chi per immunodepressione, cure oncologiche o semplicemente necessità lavorative ne fa uso quotidiano con o senza covid-19.

La farmacia siamo noi che su queste benedette mascherine non lucriamo, come fossero pezzi da collezione da battere all’asta: non li definisco colleghi coloro che fanno cassetto in questo momento di difficoltà e confusione generale.

Mi auguro che questa emergenza abbia mostrato il vero lato di noi, della nostra presenza sul territorio, della nostra disponibilità, del nostro sapere in ambito di scienza e anche un po’ di psicologia. Ognuno di noi avrebbe bisogno di un’amica come la dott.ssa Lara Bellardita, psicoterapeuta, per dirci che “A problem is a chance for you to do your best”: diamo il nostro meglio in queste situazioni, la gratificazione professionale cancellerà tutte quelle difficoltà di cui ci lamentiamo spesso, senza renderci conto di quanto grande sia ciò che facciamo ogni giorno.

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